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Curiosità · Lisbona

Lisbona sorprende sempre: sei fatti insoliti che non ti aspetti

Di GoPocket · 30 giu 2026 · 5 min di lettura
Lisbona è una di quelle città che sembra raccontarsi da sola, tra vicoli acciottolati, azulejos sbiaditi dal sole e il profumo dell'Atlantico che sale dai quartieri bassi. Eppure, sotto la superficie pittoresca che tutti conoscono, si nasconde una città piena di stranezze, coincidenze storiche improbabili e tradizioni che farebbero alzare un sopracciglio anche al viaggiatore più navigato. Bastano pochi giorni a Lisbona per rendersi conto che questa capitale porta i segni di una storia turbolenta e affascinante, scritta da terremoti, navigatori temerari e poeti malinconici. Ecco sei fatti insoliti che trasformano una visita a Lisbona in qualcosa di molto più profondo di una semplice passeggiata tra i colli.

La città che si reinventò dopo il disastro

Nel 1755 un terremoto violentissimo, seguito da uno tsunami e da incendi devastanti, radeva al suolo buona parte di Lisbona in un tempo brevissimo. La catastrofe colpì in una giornata festiva, quando molta gente si trovava raccolta nei luoghi di culto. Il fatto insolito, e per certi versi paradossale, è che questa tragedia immane diventò l'occasione per costruire una delle prime città pianificate d'Europa in epoca moderna. Sebastião de Melo, il potente ministro di Stato che guidò la ricostruzione e che sarebbe passato alla storia con il titolo di marchese di Pombal, impose un progetto urbanistico razionale e antisismico talmente innovativo che si racconta come gli ingegneri ricorressero a metodi ingegnosi per testare la tenuta degli edifici prima ancora di abitarli. La Baixa pombalina che oggi calpestiamo, con le sue strade perpendicolari e i suoi palazzi simmetrici, è in realtà una città del Settecento travestita da quartiere antico.

I sette colli? Dipende da chi conta

Lisbona viene universalmente descritta come la città dei sette colli, e questo la accomuna a Roma in una sorta di fratellanza topografica che i lisboeti citano con orgoglio. Il problema è che non esiste una lista condivisa e definitiva di quali siano esattamente questi sette colli. A seconda della fonte storica, della tradizione del quartiere o dell'epoca considerata, la lista cambia. Alcuni colli vengono sdoppiati, altri accorpati, altri ancora ignorati del tutto. La verità è che Lisbona ne conta molti di più, e il numero sette è probabilmente sopravvissuto per ragioni simboliche e narrative più che geografiche. In fondo, sette è il numero perfetto, quello delle meraviglie, dei giorni della settimana, dei peccati capitali: troppo bello per rinunciarci.

Il fado non è sempre stato malinconico

Oggi il fado viene percepito come l'espressione musicale della saudade portoghese, quella nostalgia dolceamara che non ha traduzione in nessun'altra lingua. Ma le origini di questa musica sono molto meno poetiche di quanto si pensi: il fado nacque nei quartieri portuali più poveri di Lisbona, frequentati da marinai, prostitute e avventurieri di ritorno dalle colonie. Era una musica di strada, ruvida, improvvisata, tutt'altro che elegiaca. La sua trasformazione in simbolo nazionale e, in tempi più recenti, in patrimonio culturale riconosciuto dall'UNESCO è avvenuta lentamente, attraverso decenni di cambiamenti sociali e politici. Il regime salazarista, ad esempio, ne addomesticò alcune forme per farne uno strumento di consenso e identità nazionale, il che rese il fado anche un campo di battaglia culturale sotterranea tra conformismo e resistenza.

Un imperatore brasiliano nascosto tra i vicoli

Lisbona ha un rapporto complicato e intenso con il Brasile, che fu colonia portoghese per oltre tre secoli. Ma pochi sanno che quando Napoleone invase il Portogallo agli inizi dell'Ottocento, l'intera famiglia reale portoghese si imbarcò e trasferì la corte a Rio de Janeiro, capovolgendo di fatto la logica coloniale: per diversi anni fu il Brasile a ospitare la madrepatria, e non il contrario. Questo episodio lasciò tracce profondissime in entrambe le culture. Ancora oggi, passeggiando a Lisbona, si incontrano testimonianze architettoniche e simboliche di questo scambio transatlantico che non assomiglia a nessun altro capitolo della storia coloniale europea.

Gli azulejos che raccontano bugie

Le piastrelle di ceramica dipinta che ricoprono facciate, chiese e stazioni di Lisbona sono diventate il simbolo visivo della città nel mondo. Quello che in pochi sanno è che il nome azulejo non deriva da azul, la parola portoghese per blu, come sembrerebbe ovvio. L'etimologia più accreditata lo ricollega all'arabo, con un significato legato alla pietra levigata o lavorata, più che al colore. E in effetti le prime piastrelle usate dai Mori nella penisola iberica erano monocromatiche e geometriche, lontanissime dalle scene narrative in blu e bianco che tanto ammiriamo oggi. Il colore blu dominante arrivò molto più tardi, per influenza delle porcellane cinesi importate dai commerci portoghesi con l'Oriente. Ogni facciata piastrellata di Lisbona è dunque il risultato di un incontro tra culture lontanissime: Arabia, Cina, Europa. Una globalizzazione ante litteram fissata nel cotto.

Pessoa ovunque, ma quasi invisibile in vita

Fernando Pessoa è oggi il poeta più famoso del Portogallo, il simbolo intellettuale di Lisbona, il cui volto campeggia su magliette, tazze e manifesti turistici in ogni angolo della città. In vita, però, Pessoa era quasi sconosciuto al grande pubblico. Lavorava come traduttore commerciale e pubblicò pochissimo con il suo nome. La parte più straordinaria della sua eredità, composta da migliaia di testi scritti con identità fittizie chiamate eteronimi, ciascuna con una propria biografia, stile e visione del mondo, fu scoperta e valorizzata solo dopo la sua morte, quando i manoscritti lasciati tra i suoi effetti personali cominciarono a essere catalogati e pubblicati. Lisbona, in un certo senso, non sapeva di avere tra i suoi vicoli uno degli scrittori più originali del Novecento europeo. La città lo ha celebrato solo quando lui non c'era più per vederlo.

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